Montagne in Nuova Zelanda

Turismo sostenibile in Nuova Zelanda, tra marketing e buone pratiche

La Nuova Zelanda è tra le destinazioni che ha curato meglio di tutti il marketing e la comunicazione della sostenibilità. Ma a che prezzo?
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Nel luglio 2015, il Governo Neozelandese aveva iniziato a promuovere il territorio con un nuovo brand “100% PURE New Zealand”, promuovendo il paese come pulito e verde, rendendo noto a tutto il mondo i suoi paesaggi, natura incontaminata e cercando nello stesso momento di far crescere l’interesse nei confronti della cultura Maori (TNZ 2015). Inoltre, grazie al film il Signore degli Anelli, il paese è diventato ancora più popolare soprattutto per i fan che vogliono visitare le aree in cui è stato girato il film. 

La campagna ha generato sin da subito molto interesse, già dall’anno successivo i primi risultati in termine di aumento degli arrivi e, ancora oggi, resta il principale payoff dell’offerta turistica che identifica la Nuova Zelanda (visita il sito).

La domanda che sorge spontanea è: ma quanto sono serie le promesse promozionali della Nuova Zelanda? E’ veramente un paese 100% sostenibile e verde come appare? Inoltre, come si stanno attrezzando Governo neozelandese e imprese per cercare di portare avanti l’impegno nel turismo sostenibile nel periodo di Pandemia da Covid-19? Cosa sta cambiando?

Qualche anno fa, grazie alla borsa di studio Globus assegnatami dall’Università di Cagliari, ho avuto la fortuna di trascorrere qualche mese in Nuova Zelanda per la scrittura della mia tesi “Can new technologies encourage sustainable tourism development: a New Zealand case study” ho avuto modo di studiare anche gli effetti di questa campagna. Ho vissuto per tre mesi nella città di Hamilton, capoluogo della regione neozelandese di Waikato, nell’Isola del Nord, ospite della Waikato University, e questo mi ha dato la possibilità di vivere quello stile di vita. Negli anni ho continuato a seguire gli sviluppi di questo approccio tecnologico ai temi della sostenibilità che, in questo periodo, possono diventare uno spunto per altre destinazioni italiane al rilancio.

In questa serie, vi riporto alcune delle cose più interessanti rilevate nella mia tesi.

Il Patrimonio Naturale

Innanzitutto, qualche informazione di contesto e sul percorso che ha portato ad un posizionamento nel turismo sostenibile in Nuova Zelanda. Lo Stato insulare dell’Oceania affida la gestione di più di 24.000 km2 di parchi nazionali, foreste, fiumi, laghi e isole Subantartiche al Dipartimento di Conservazione (DOC). L’ecoturismo in Nuova Zelanda si è sempre sviluppato grazie ad una forte campagna di sensibilizzazione nei confronti dei visitatori, educazione ambientale per turisti che per gli abitanti del luogo, contributi attivi alla conservazione della natura e animali, collaborazione con enti di ricerca, e la partecipazione della popolazione locale per la manutenzione della sentieristica (DOC, 2016).

Turismo Sostenibile in Nuova Zelanda, un'immagine del Paesaggio e della Natura
Turismo Sostenibile in Nuova Zelanda, Il Patrimonio Naturale.
Foto di Nhelia da Pixabay

Gli obiettivi che si prefigge il governo neozelandese è quello di ridurre gli impatti negativi sull’ambiente circostante e provare a restituire qualcosa di positivo all’ ambiente, ad esempio, organizzando giornate di volontariato per la manutenzione dei sentieri per ottimizzare i percorsi di trekking, sensibilizzare le persone con le buone pratiche di comportamento nei centri d’informazione o con cartelli esplicativi. Tutto questo viene fatto in funzione che sia turisti e cittadini un domani possano continuare a godere di queste bellezze naturali e incontaminate (Cullen, Booth e Hughey, 2003).

Tuttavia, Bell (2008) spiega come un paese non possa essere “100% sostenibile”, soprattutto se si tengono in considerazione i flussi di viaggiatori che arrivano e si muovono all’interno del paese, le modifiche apportate alla natura per fare in modo da rendere fruibile il paesaggio ai visitatori etc. Sembra infatti che il recente brand di turismo sostenibile in Nuova Zelanda venga usato principalmente per attirare più persone e rendere il paese più attrattivo per le persone sensibili alla tematica.

Secondo le statistiche del governo che risalgono al dicembre 2016, rispetto a dicembre 2015, gli arrivi, successivamente al lancio della Campagna Pure Zealand, sono aumentati di 49.300 visitatori. Nel giugno 2016, i principali paesi di provenienza erano:

  • Cina (396.928),
  • Australia (1.365.440),
  • Regno Unito (213.808),
  • Stati Uniti (257.536),
  • Germania (91.232),
  • Giappone (94.208)

Con un totale di 3.310.390 arrivi in Nuova Zelanda (DOC, MBIE e TNZ 2016). Un aumento degli arrivi che progressivamente è passato a 3,3 milioni nel 2016 a 3.89 milioni nel 2019, con un incremento di 102,900 rispetto all’anno prima.

I nuovi investimenti sono stati orientati verso segmenti di mercati emergenti che, oltre ad apportare valore aggiuntivo a livello regionale, avrebbero allungato la stagione come: turisti che hanno interesse in particolari attività (escursionismo, ciclismo e golf), eventi aziendali internazionali e backpackers, in quanto offrono l’opportunità di accelerare le strategie a livello turistico. Queste tipologie di turisti restano più a lungo e spendono più del nostro visitatore medio (TNZ, 2016 P.9).

Turismo sostenibile in Nuova Zelanda

Secondo il rapporto dell’Università di Otago (2001), per la maggior parte dei visitatori (80,5%), lo scopo principale della loro visita in Nuova Zelanda era già quello di partecipare ad esperienze ecosostenibili. Quindi, possiamo parlare di una certa propensione verso il turismo sostenibile in Nuova Zelanda.

Inoltre, le attività più popolari praticate erano l’immersione nella natura selvaggia (n = 792 risposte) e i trekking (n = 631 risposte). Ovviamente questi risultati non stupiscono in quanto le attrazioni naturali erano e sono il prodotto turistico centrale per questo paese.

Per tutte queste ragioni è essenziale prevenire potenziali danni alle specie selvatiche e alla vegetazione, questo avviene gestendo e monitorando il flusso turistico. Secondo DOC (2016), la maggior parte delle persone (85%) crede che il proprio legame con la natura neozelandese migliori le loro vite. La “natura della Nuova Zelanda li rende rilassati e ottengono soddisfazione camminando nella natura e immergendosi nella foresta, scoprendo gli animali e l’avifauna ”(DOC 2016). 

Come possiamo vedere nel grafico sotto, secondo le statistiche condotte dal Ministero dell’economia, dell’innovazione e dell’occupazione nel marzo 2016 (n = 1,903,265) ha visitato la Nuova Zelanda per camminare e fare trekking (n = 1.518.974) erano interessati a visitare un parco nazionale. Altre due attività di interesse erano: visite con giro panoramico in barca (n = 1.084.189) luoghi per scoprire la cultura Maori. Possiamo vedere che le attività turistiche legate alla natura sono aumentate dal 2015 al 2016. 

Table 1. Participation in activities while visiting ecotourism operations in New Zealand 

Turismo Sostenibile in Nuova Zelanda, le attività più diffuse. Grafico.
Turismo sostenibile in Nuova Zelanda | Cosa fanno i visitatori che partecipano alle attività dell’Eco Turismo?
Un Grafico sulle attività del turismo sostenibile in Nuova Zelanda
Turismo sostenibile in Nuova Zelanda | Cosa fanno i visitatori che partecipano alle attività dell’Eco Turismo?

Source: Adapted from Statistics New Zealand

L’importanza che ricopre la natura, sia per i turisti che per la popolazione locale, è molto evidente. Questo paese ha una piccola popolazione (si dice infatti che ci siano più pecore che abitanti), le città non sono molto grandi e un numero limitato di elementi culturali o storici per attirare i visitatori a causa della sua “giovane età”. Per questo motivo, molti turisti concentrano la loro attenzione al paesaggio e alle attività nella natura. 

Comportamento dei Turisti in Nuova Zelanda

Come ben sappiamo, il turismo e i turisti, come parte di un’industria globale, possono avere un impatto significativo sull’ambiente e sulle culture di un territorio. I paesaggi possono essere danneggiati e le risorse esaurite a causa dei troppi turisti irresponsabili, locali o dal governo. Quindi quali sono i comportamenti ambientali dei turisti durante il soggiorno in Nuova Zelanda? Per rispondere a questa domanda possiamo considerare il rapporto dell’Università di Otago (2001). 

La maggioranza dei turisti intervistati, “spesso” o “sempre”, hanno l’abitudine di impegnarsi nel riciclaggio e risparmiare energia quando si trovano a casa. Gli intervistati hanno inoltre riferito interessi diffusi nel perseguire attività da svolgere in natura durante il tempo libero (n = 485 risposte), ed in linea generale dimostrano un interesse comune per la conservazione e l’ambiente naturale. Inoltre, sembra che trovino più facilità ad avere un comportamento conservatore e rispettoso durante i loro viaggi di piacere in Nuova Zelanda, questo è un aspetto rilevante per il profilo dei visitatori e per l’ecoturismo in Nuova Zelanda. A riprova che uno stile di vita già sostenibile facilita un comportamento sostenibile e rispettoso anche in vacanza che, altrimenti, sarebbe molto difficile da ottenere. E questo lo avevamo precedentemente affrontato proprio in questo blog (vedi l’Intervista a Gloria Crabolu dell’Università di Surrey).

Inoltre, nella prima fase della ricerca (1999-2000), agli intervistati è stato chiesto di considerare se gli operatori di ecoturismo in Nuova Zelanda fornissero effettivamente esperienze eco sostenibili. La maggior parte degli intervistati le hanno descritte come organizzazioni in grado di fornire informazioni sui paesaggi, cercando di educare i visitatori sui temi ambientali e le buone norme di comportamento. Affermano che “la guida aveva un’ottima conoscenza e ha fornito buone spiegazioni”, “cercano di educare il turista sull’attrazione e sull’argomento del tour”, “molto ben organizzato, informativo e interessante”, “gli operatori di ecoturismo si impegnano nella conservazione e preservazione della bellezza naturale”, “gli operatori forniscono molte informazioni per educare i visitatori su questioni importanti”, “gli operatori mostrano un forte apprezzamento dell’ambiente circostante”  e “la maggior parte è consapevole degli impatti di un utilizzo e sfruttamento eccessivo delle risorse”.

Insomma, una buona base di partenza per il turismo sostenibile in Nuova Zelanda.

Interpretazioni diverse sull’Ecoturismo e conflitti nella realtà

Tuttavia, altri commenti campione hanno riportato aspetti negativi nei confronti delle organizzazioni di ecoturismo che spiegano il loro comportamento insostenibile al fine di sfruttare le attrazioni. Includevano “le attrazioni limitano i danni piuttosto che prevenire i danni”, “non sono veramente ecocompatibili ma piuttosto superficiali, ad esempio, utilizzando barche a motore diesel”, “alcuni operatori stanno trasformando il paese, le attrazioni come un circo” e “l’ecoturismo sembra essere interpretato in maniera diversa in base ai diversi operatori con il quale si parla o si ha a che fare”. A tal proposito, l’industria del turismo dovrebbe stabilire parametri comuni per praticare in maniera corretta il turismo sostenibile, parametri che devono essere poi forniti ai vari operatori del turismo.

Inoltre, da un lato il settore dell’ecoturismo neozelandese si sarebbe dovuto impegnare maggiormente per un ulteriore miglioramento e, dall’altro, i commenti hanno dimostrato la crescente reputazione della sostenibilità, riflettendo la consapevolezza e il rispetto dei visitatori nei confronti dell’ambiente. Inoltre, secondo il rapporto della Otago University e secondo la mia opinione, l’educazione ambientale e la consapevolezza dell’impatto dei visitatori in Nuova Zelanda stanno crescendo, grazie anche a organizzazioni eco-compatibili, come ‘Beyond the Bin’, che si impegnano ad educare e ricordare ai cittadini e turisti come rispettare l’ ambiente e ridurre gli sprechi. A mio avviso, per cambiare la nostra situazione, dobbiamo iniziare ad agire in maniera consapevole e responsabile, dobbiamo capire che ogni nostro comportamento ha un impatto nell’ ambiente e nella popolazione. Se vogliamo apportare dei cambiamenti, dobbiamo essere i primi ad agire in maniera differente.

Sara Boi durante una delle attività di educazione al riciclo di Beyond The Bin.
Foto di Sara Boi.

È importante inoltre considerare anche il consumo energetico per ogni tipo di attività a cui partecipano i turisti come: trasporti utilizzati per raggiungere un luogo, alloggio, attrazioni. Per i centri di esperienza, ad esempio, devono consumare energia per display elettronici, per mostrare elementi ed elettricità utilizzata per servizi generali come riscaldamento, raffreddamento e fornitura di acqua calda. Tuttavia, altre attività come “aerei (442 MJ) e crociere in barca (215 MJ) consumano molta più energia se la confrontiamo alle attrazioni turistiche in generale” (Becken, 2003 p.3). Inoltre, il turismo nei parchi nazionali e nelle riserve naturali sta crescendo notevolmente in Nuova Zelanda. Le persone vogliono scappare dalla frenesia delle città e trascorrere del tempo in natura dove potersi rilassare e rigenerarsi, ma dove, allo stesso tempo, possono trovare tutte le comodità che si trovano in città come alloggi, ristoranti e altre attrazioni di vario tipo. Quindi i turisti creano una grande domanda di energia indiretta per costruire e mantenere questi percorsi e attrazioni (Becken 2003).

Inoltre, più la domanda e la presenza di turisti cresce, maggiori saranno le probabilità di danneggiare l’ambiente. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata al Westland National Park, South Island, dove i ghiacciai stanno diminuendo le loro dimensioni, per diventare un grande accumulo di ghiaccio scuro dovuto allo scioglimento del ghiaccio.

Infatti “se vuoi vedere la parte migliore dei ghiacciai adesso devi volare”, ma “una maggiore attività dell’elicottero significa un aumento dell’inquinamento acustico” soprattutto per quelle persone che preferiscono visitare il ghiacciaio da lontano usufruendo del percorso di trekking (DOC Information officer 2012). In sintesi, la Nuova Zelanda offre molte opportunità ricreative ma a quale scopo se alla fine il paese ottiene il risultato opposto!? Quanto c’è di reale nel turismo sostenibile della Nuova Zelanda?

Alcune soluzioni ecologiche nella mobilità

A tal proposito, per ridurre le emissioni dei trasporti utilizzati dai turisti si è pensato di incoraggiarli ad utilizzare i trasporti pubblici piuttosto che noleggiare auto, van o camper privati. Questo fenomeno ha contribuito a creare una nuova tendenza in Germania con la promozione di una modalità di trasporto verde per i vacanzieri come il Gäste-Ticket o Guest Ticket, che offre ai turisti il ​​trasporto pubblico gratuito, su autobus e treni, all’interno di aree di destinazione definite durante il loro soggiorno (Gronau 2017). In Polonia vengono offerti sconti per studenti, è possibile trovare il Wi-Fi negli autobus e nei treni; inoltre, con la creazione di un account che costa solo 10 zloty (2,50 euro) si può prendere a noleggio la bici per visitare la città in maniera diversa.

Per ridurre il proprio impatto nel luogo che si visita, si stanno iniziando ad incentivare i turisti, oltre che i locals, a prendere parte ad attività di volontariato per la manutenzione dei percorsi di trekking, sensibilizzazione nello smaltimento dei rifiuti etc. Su questo nuovo trend, ribattezzato “Voluntourism“, in Europa, sono stati condotti diversi test, anche con un certo successo, dalle isole danesi Faroe Island (vedi il sito).

Verso target specifici: I backpackers

I backpackers fanno parte della nuova classe di turisti. Infatti, il governo neozelandese stimola l’arrivo di questa categoria turistica, offrendogli l’opportunità di lavorare e viaggiare nel paese allo stesso tempo. Il paese preferisce concentrarsi su poche categorie di turisti e offrire loro un’esperienza di alta qualità, piuttosto che aumentare semplicemente il volume di tutti i visitatori (Bell, 2008) e stabilire un flusso costante di visitatori durante tutto l’anno (Ministero del Turismo, 2010).

I Backpackers sono il target primario del Turismo sostenibile in Nuova Zelanda
I Backpackers sono il target primario del Turismo sostenibile in Nuova Zelanda.
Foto di Free-Photos da Pixabay

La categoria dei backpackers rappresenta circa l’11% dei nuovi arrivi che spendono di più durante la loro permanenza (TNZ 2016). Secondo Cohen (2004) possiamo etichettare questa categoria come “turisti di massa individuali” e “esploratori”. I backpackers viaggiano in diverse regioni e vengono coinvolti in una serie di attività, di conseguenza “è probabile che spendano di più mentre sono in paese “(TNZ 2016). Tendono a prenotare attività di vario tipo, cercano attrazioni che non potrebbero trovare nel loro paese di origine, intrattenimenti, usano mezzi pubblici o noleggiano macchine o van oppure pernottano in campeggi, ostelli o alberghi. “Il loro viaggio è molto flessibile, con possibilità di revisione in qualsiasi momento ”(Bell, 2008 p. 348). Il motivo principale per visitare la Nuova Zelanda per questi è immergersi nella natura, vedere paesaggi che tolgono il fiato, per avere l’opportunità di interagire con un’altra cultura, passare del tempo con la gente del posto e cercare altri viaggiatori di mentalità aperta, o vivere il viaggio come crescita personale. Vogliono allontanarsi dagli amici, dalla famiglia e dalla loro zona di comfort per mettersi alla prova.

L’evoluzione del Backpacker

Al contrario, secondo alcuni ostelli per backpacker di Rotorua e Nelson, il comportamento di questi viaggiatori è cambiato. Si aspettano letti comodi e bagni, hanno carte di credito, cellulari, nuove tecnologie per fare video o foto. Sprecano acqua, energia, usufruiscono del riscaldamento e del Wi-Fi gratuito nelle camere per pubblicare le loro ultime foto sui social media, vogliono vivere in un hotel 4 stelle ma con un budget contenuto. Generalmente viaggiano con la loro Lonely Planet Guide, bus turistico confezionato o in un costoso camper, e cercano di vedere tutti i luoghi in cui il Signore degli Anelli è stato girato.

Assomigliano a “turisti di massa” piuttosto che avventurosi e viaggiatori rispettosi (Bell, 2008).

Forse, il problema risiede nell’uso eccessivo del termine ecoturismo da parte degli ostelli, governo, tour operator ecc. Sembra che usino questa terminologia come un marchio, piuttosto che aver capito quali sono i fini di quest’ultimo e le buone pratiche. Per molti turisti, il turismo sostenibile, significa immergersi nella natura, dormire vicini ad aree protette e avere la migliore vista dalla finestra della stanza, dalla tenda o camper. Ma essere veramente sostenibili significa anche essere rispettosi della natura, ridurre gli sprechi, il consumo di energia e di acqua, rimanere sui sentieri segnalati piuttosto che uscire fuori dal sentiero e calpestare la vegetazione, non disturbare la fauna selvatica, ridurre al minimo il fuoco e rispettare anche gli altri visitatori che stanno facendo gli stessi percorsi e così via.

Franz Joseph Glacier in Nuova Zelanda
Franz Joseph Glacier in Nuova Zelanda. Foto di RobO100 da Pixabay

Informazione soprattutto online

Alcune ricerche hanno dimostrato che i turisti, prima di partecipare ad attività eco, tendono ad essere più critici e cercare maggiori informazioni online sulle attività da svolgere. Per questo si affidano alla rete come fonte principale di informazioni  (Weber & Roehl, 1999; WTO, 2002; Lai & Shafer, 2005; Susskind, 2003; Donohoe & Needham 2008). L’ampio uso di info online significa che lo stesso strumento potrebbe essere adoperato per aumentare la consapevolezza dei turisti per quanto concerne le promozioni promosse dalle destinazioni ed educarle/ricordarle al rispetto del luogo che visitano.

A tal proposito è interessante analizzare il sito web  “Department of Conservation” (DOC). Come ho affermato in precedenza, Tourism New Zealand affida a questo ente la gestione di 24.000 km di nazionale parchi, foreste, fiumi, laghi e isole subantartiche. Promuove la conservazione e il ripristino degli habitat, conduce ricerche e sviluppa idee, valuta le prestazioni del lavoro fatto, crea  e traccia sentieri. Il sito web, oltre che essere ben organizzato, è un’ottima fonte dal quale i turisti e cittadini possono reperire informazioni  per organizzare la loro vacanza, conoscere i percorsi escursionistici per le varie esigenze e livelli di preparazione, allerta quando evitare di fare percorsi di trekking a causa del clima, vengono menzionate le attività di volontariato svolte e al quale si può partecipare, si possono reperire dati statistici etc. DOC è inoltre presente anche nei social media come Facebook, Instagram, Pinterest, Twitter e YouTube.

Un ottimo caso di sito istituzionale che parla però ai consumers dello stesso territorio con un linguaggio diretto e amichevole.

Penso che tutti noi, prima di andare in una nuova destinazione cerchiamo immagini, video, notizie, consigli e recensioni su Internet. E’ il modo più semplice per suscitare emozioni nell’osservatore, per risvegliare il desiderio di esplorare nuovi posti e visualizzarci in quel paesaggio. A tal proposito, cercando su Google le immagini che raffigurano la Nuova Zelanda, le prime impressioni sono di una terra selvaggia, desolata con ampi spazi incontaminati e inabitati, una terra da scoprire dove poter godere solo dei rumori della natura. Inizi a capire perché hanno voluto promuovere il paese come 100% sostenibile. La verità è che prima di arrivare a destinazione ci creiamo molte aspettative ma purtroppo le immagini, molto spesso, non rispecchiano la realtà .

Informazioni reperibili, ma più sensibilizzazione

Ricordo uno dei miei primi viaggi a Tongariro (Isola del Nord). Ero entusiasta per questa prima avventura, avrei fatto per la prima volta un trekking nell’area vulcanica più bella dell’isola del nord, iniziavo a proiettarmi e visualizzarmi circondata solo dal rumore della natura, con poche persone a seguito. Al nostro arrivo la nostra visione è iniziata a svanire vedendo le macchine presenti nell’area dedicata al parcheggio (senza considerare le persone che erano arrivate in autobus). Stesso discorso per le attrazioni più note dell’Isola del Sud come Milford Sound, Fox e Franz Joseph Glaciers. Aree sovraffollate da migliaia di turisti asiatici, tedeschi e francesi che arrivavano con i loro van o camper o scendevano a fiumi dai pullman, con il loro telefono in mano pronti per scattare i primi selfie.

Ho iniziato a chiedermi quanto queste persone fossero davvero interessate a visitare le riserve naturali? Davano valore a ciò che avevano di fronte ai loro occhi oppure era solo il pretesto per scattare una bella foto  per apparire più cool con amici, familiari ecc. Qual’era l’impatto che queste persone lasciavano nel territorio?

Mi sono chiesta come risolvere il problema dei luoghi sovraffollati? Come comunicare l’ecoturismo a cittadini e turisti? In città si possono trovare grandi schermi che indicano quanti posti auto sono ancora disponibili. Perché non offrire lo stesso servizio per gli itinerari turistici, ma non solo? Si avrebbe la capacità di scegliere quando è meglio andare per godersi la tranquillità del paesaggio anche in periodi dell’anno in cui vi è una maggiore presenza turistica. Infatti, quando non si trovano più stanze disponibili in un hotel, orientiamo la nostra ricerca verso un’altra struttura alberghiera, lo stesso può avvenire per le attrazioni turistiche.

Ma oltre agli aspetti positivi, l’uso incontrollato delle nuove tecnologie hanno dei risvolti negativi. Le nuove generazioni crescono con il costante utilizzo dei social media, le babysitter vengono sostituite con smartphone e sempre più frequentemente i bambini hanno un contatto precoce con l’uso del telefono. Possiamo acquistare prodotti con un clic e riceverli il giorno successivo, facendo nascere quindi la percezione che si possa ottenere tutto e subito. È possibile trovare ogni tipo di informazione su Internet, sostituendo così le vecchie e pesanti enciclopedie; film gratuiti accessibili ad ogni ora, immagini ecc., ma per qualche motivo le persone sono diventate ancora più insoddisfatte. Tutto è diventato istantaneo e veloce. “Le persone non devono dire di sì o no, perché possono semplicemente scorrere la schermata con un dito e vedere i post successivi se qualcosa non è di loro gradimento”(Sinek, 2014).

Per non scomparire dal mercato, le aziende devono essere presenti online. Così come le aziende di piccole e grandi dimensioni anche le destinazioni turistiche hanno concentrato la loro attenzione sul miglioramento e creazione di siti web e app, combinano pubblicità tradizionali con immagini spettacolari e testi accattivanti. Come sostenuto da Mowforth & Munt (1998) in qualche modo, un giorno le persone non avranno più bisogno di uscire di casa per viaggiare. Abbiamo avuto una piccola anticipazione durante il periodo della quarantena. Se prima c’era un contatto più autentico e diretto con i turisti, e le aziende chiedevano di persona il feedback del soggiorno all’interno della struttura, al giorno d’oggi queste sono terrorizzate dalle recensioni che vengono scritte successivamente sui vari portali (Sinek, 2011).

Conclusioni

Abbiamo l’opportunità di imparare dagli errori commessi nel passato dai nostri antenati (Diamond, 2005, Bekoff, 2013). Ci possono essere diverse soluzioni, ma dipende da come si vuole interpretare e sviluppare il turismo sostenibile. In generale, quando le persone viaggiano non vogliono essere stressate, non vogliono pensare troppo a cosa possono e non possono fare, viaggiano per rilassarsi e godersi l’esperienza. Per questa ragione è necessario cercare di sensibilizzare i viaggiatori senza che la vivano come una costrizione, in caso contrario si otterrebbe il risultato opposto. Inoltre, penso anche che se i viaggiatori avessero modo di imparare qualcosa durante i loro viaggi, potrebbero restituire qualcosa al loro ritorno dalla vacanza al loro paese di origine. Il connubio tra l’aver vissuto nuove esperienze e mettere in discussione le loro vecchie abitudini possono fare differenza nelle singole azioni di ciascuno di noi.

Penso che la conservazione delle risorse del nostro pianeta sia diventata un problema globale ed una grande sfida da risolvere. Per questo è fondamentale sforzarsi per ottenere risultati di successo. Perché questo avvenga la nostra mentalità ed il modo di agire e viaggiare dovrà cambiare. Se gli adulti hanno fallito, perché non iniziare ad educare le nuove generazioni? Avviare un processo in cui i bambini possano acquisire consapevolezza e prestare maggiore attenzione all’ambiente, in modo che a loro volta possano imparare e scambiare questi sapere con amici e / o con i loro genitori. I bambini sono di loro indole molto curiosi del mondo che li circonda e gli insegnanti potrebbero usare a loro favore questa curiosità per sviluppare un programma di educazione ambientale (Chalufour e Worth 2003).

Penso che molte scuole abbiano iniziato a insegnare educazione ambientale, ma per evitare che venga interpretato come un’altra materia da studiare, si potrebbe fare la lezione usufruendo dell’ambiente circostante. Molti ricercatori hanno infatti affermato che per rendere più efficace l’insegnamento si dovrebbe interagire con la natura circostante (Lieberman e Hoody 1998). I bambini piccoli imparerebbero a conoscere l’ambiente interagendo con esso. Non esiste niente di meglio se non imparare divertendosi, coinvolgendo attivamente i bambini, fornendo loro esperienze del quale potersi ricordare, trasmettendo loro il reale interesse nei confronti della natura e insegnando loro come goderne, rispettarla e come minimizzare il proprio impatto riducendo i rifiuti etc.

Penso che non ci siano app o social media che consentano di sentirsi veramente soddisfatti e di sostituire l’esperienza reale, autentica, emozionarsi nel vedere un paesaggio in cima alla montagna dopo aver fatto una faticosa salita. Internet ha sicuramente contribuito a diminuire i costi, far aumentare sia i guadagni che gli arrivi di turisti. Ma penso che l’idea di aumentare il numero di turisti, snaturare la destinazione non funziona correttamente con i principi dell’ecoturismo, soprattutto se i paesi consentono ai turisti di fare quello che vogliono senza che ci siano regole e senza ricordare loro come comportarsi.

In arrivo seconda parte su come il Turismo della Nuova Zelanda sta organizzando il turismo sostenibile dal periodo Covid-19 in poi.

Foto copertina di David Mark da Pixabay

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